Il martello delle streghe
Posted on 16 January 2009 | No responses
mercoledì 28 gennaio 2009, ore 18,15
Centro Culturale Candiani
Piazzale Candiani 7
Mestre
Dibattito in occasione della presentazione del libro Il martello delle streghe. La sessualità femminile nel “transfert” degli inquisitori (ed. Spirali).
Intervengono
Giuseppe Goisis
Arianna Silvestrini
Il martello delle streghe (Malleus maleficarum) è il testo ecclesiastico ufficiale della persecuzione contro le streghe, scritto da due inquisitori domenicani, Heinrich Institor (Krämer) e Jakob Sprenger, autorizzati dalla bolla Summis desiderantes affectibus, promulgata dal papa Innocenzo VIII nel 1484. Gli autori spiegano le ragioni dell’inquisizione, la procedura in ciascun “caso”, in ciascun negotium fidei, nella ricerca del “mostro eversivo”, del “complotto diabolico”, nella negazione della dissidenza delle donne.
Per informazioni:
cifrematica.ve@gmail.com
Intervista a Massimo Malocco
Posted on 27 November 2008 | No responses
Intervista a Massimo Malocco, presidente della azienda Pollo Ducale e presidente della sezione alimentari di Unindustria Venezia, in occasione della presentazione del libro La sicurezza alimentare in Cina di Zhou Qing.
La storia della vostra azienda sembra nata quasi per un equivoco. Ci racconta come è cominciata la vostra impresa?
In effetti è nata per un equivoco. Il nonno era il quarto fratello di una famiglia di sarti; anche lui ha iniziato questa attività di sartoria. Il lavoro comportava contatti frequenti tra il centro del paese e la campagna dove portava le stoffe all’interno delle famiglie dei mezzadri, nella zona della bonifica che va da Portogruaro fino a Carole. Era una zona difficile da raggiungere quindi buona per chi iniziava questa attività. Lui portava le stoffe nelle famiglie dei mezzadri e l’unica moneta sonante che c’era a quel tempo era il baratto, il cambio con prodotti alimentari e, in particolare, un prodotto che si prestava molto bene come pagamento e che era una valida moneta erano gli avicoli minori. Erano alimenti semplici nella gestione e per così dire “sempre freschi”, pronti al momento dell’esigenza, come se venissero conservati in frigorifero e, al tempo, il frigorifero non esisteva.
L’itinerario della vostra impresa non è stato standard, come spesso accade. Ma è frequente l’idea secondo cui l’impresa debba seguire iter e passaggi uniformi.
Il dopoguerra era un periodo di sviluppo; oggi è diverso. Allora c’era una richiesta esagerata di prodotti di innovazione e qualsiasi attività innovativa trovava riscontro nella realtà quotidiana. Oggi la realtà è completamente diversa; è molto più difficile essere imprenditori nell’innovazione. È più facile essere imprenditori nel consolidare business già realizzati.
In questo senso nulla può essere considerato per già acquisito e si tratta, ciascuna volta, di proseguire secondo l’occorrenza.
Bisogna fare delle distinzioni, soprattutto rispetto alle aziende in cui l’imprenditore è elemento fondamentale per l’organizzazione. All’interno delle multinazionali il fattore umano dell’imprenditore viene meno perché esiste una organizzazione precostituita in grado di gestire e prendere decisioni che non stanno più in capo a una singola persona. Nelle imprese medio piccole, invece, la figura dell’imprenditore è strategica per l’azienda perché in capo a lui risiedono tutte le decisioni. Nelle multinazionali il manager si avvale di un consiglio di amministrazione dove siedono più esperti e insieme vengono definite strategie che possono essere valutate e validate. Nello sviluppo delle aziende singole, che sono quelle che conosco meglio, è completamente diverso. La nostra è un’azienda media dove la figura dell’imprenditore è sempre stata strategica; le esigenze sono connesse alle dimensioni. Se l’azienda cresce la figura dell’imprenditore non può più coprire tutte le aree produttive. La competenza che ha l’imprenditore viene un po’ meno e l’imprenditore diventa più che altro un organizzatore. Nel momento in cui si è creata l’idea del business la prima generazione può presiedere tutte le aree strategiche dell’azienda ma quando l’azienda cresce l’imprenditore perde un po’ le caratteristiche dell’innovatore e si specializza come organizzatore.
Aziende di determinate dimensioni rimangono sul mercato solo se l’imprenditore ha creato una struttura organizzativa in grado di poter gestire tutte le aree funzionali. Questo non è semplice e è anche una delle difficoltà maggiori dei passaggi generazionali. È uno degli elementi essenziali. Nei passaggi, molto spesso, non avviene il trasferimento delle competenze né l’individuazione delle aree specifiche, per chi subentra, all’interno dell’azienda. Chi subentra non ha la competenza di tutto e alle volte questo è uno dei problemi principali.
Qual è stata la vostra esperienza?
Io rappresento la terza generazione ed è una bella responsabilità perché il detto dice “la prima fa, la seconda mantiene, la terza mangia”. All’interno della Malocco il mio obiettivo è stato di creare sistemi di gestione, quindi creare competenze, attribuire responsabilità, creare una struttura organizzativa in grado di far fronte alle sfide che un’azienda è chiamata a affrontare. Nel momento in cui si creano figure di riferimento, se l’azienda è solida emerge.
La salute esige criteri di qualità; ciò vale anche rispetto all’alimentazione.
Rispetto ai prodotti alimentari possiamo fare una distinzione tra qualità e sicurezza. Sulla sicurezza non si può transigere; o c’è o non c’è. Per ottenere un prodotto sano è necessario garantire e controllare tutti i rischi che su un prodotto alimentare sono moltissimi e costanti. L’importante è gestire il rischio e controllarlo, ovvero gestire un sistema di controllo attraverso verifiche, screening, ecc.
Altra cosa è invece la qualità. Esistono prodotti certificati che però sono pessimi, eppure sono certificati, cioè sono garantiti ma pessimi. Il concetto di qualità è opinabile, è legato alla persona. È una scelta del mercato cui io mi riferisco, cioè è legato a un concetto economico.
La qualità non è standard, mentre la sicurezza sì?
Per la qualità esistono infatti le degustazioni, gli assaggi. Per la sicurezza, invece, occorrono verifiche e validazioni di processi produttivi con dati certi.
Quali sono i suoi suggerimenti a un giovane imprenditore in questo periodo di crisi?
Mi trovo spesso a confrontarmi con altri imprenditori e amici sulle nuove opportunità e sui nuovi business, per esempio rispetto a nuovi settori di produzione come il fotovoltaico, edilizia, energie… Ma la cosa che mi sento di dire è quella di coltivare la propria iniziativa e dedicare risorse e energie all’interno del settore in cui ci si trova già a operare. Oggi la realtà delle attività richiede una specializzazione e una conoscenza del business molto profonda. Non è sufficiente entrare in un business nuovo solo perché, dall’esterno, sembra possa dare risultati immediati.
Il valore sta nella valorizzazione dell’esperienza. Un’idea frequente, invece, è quella di creare il business a prescindere dall’esperienza.
Bisogna partire dalle conoscenze e dalla professionalità acquisita. Lì nasce il business e lì nasce l’idea e l’innovazione. Poi ci sono anche casi spot, ma di questi ce n’è uno su dieci milioni. Bisogna continuare a coltivare e approfondire le conoscenze che già si hanno e all’interno di queste trovare la nuova idea di business; qualsiasi settore ha la necessità di innovare e di ristrutturare. All’interno del mio settore, a mio avviso, la cosa importante in questo momento è semplificare; cioè tornare alla naturalità dei prodotti e offrire un prodotto per le sue caratteristiche intrinseche. Non nel senso che per i prodotti alimentari non occorra innovazione o servizio, ma la ricerca oggi deve giungere in modo essenziale a quelle che sono le peculiarità del prodotto stesso. Questa sarà la sfida.
Anche rispetto ad altri settori produttivi?
Sì, per tutti. Sarà essenziale. Lo vedo nel settore alimentare; si è cercato negli ultimi dieci anni di trovare prodotti che, tra virgolette, non hanno fondamento valido all’interno della cultura. Quindi nel momento di crisi mancano i soldi e le persone tornano ad acquistare le due coscette di pollo e se le fa come vogliono, non hanno bisogno di aromatizzazione né cotture particolari. Questo non significa non innovare più, ma continuare l’innovazione con un riferimento diverso, con un’attenzione maggiore al prodotto più che al business.
In questi giorni c’è il caso della diossina delle carni irlandesi.
Nel 2005 e nel 2006, con il caso dell’aviaria, ci siamo trovati dentro un ciclone terribile senza saperlo, senza meriti o demeriti; abbiamo dovuto subire. L’Italia, tra l’altro, è l’unico paese ad aver vissuto in modo così pesante l’influenza aviaria, senza che ci fosse nessun caso sull’intero territorio nazionale, eccetto il caso dei cigni che però nessuno mangia. Questa terribile prova è arrivata tra capo e collo.
Penso che il caso della diossina di questi giorni come portata di effetto mediatico non sia molto diverso. I media hanno bisogno di creare questi effetti; mi sono accorto di questo in quel periodo, in cui ho rilasciato moltissime interviste. La cosa che allora ho contestato è che su un argomento così particolare e molto specifico spesso le interviste mi venivano richieste da giornalisti di cronaca senza competenza e sensibilità.
La vostra azienda ha in quel periodo investito rispetto a una campagna di informazione?
Dopo un primo periodo più difficile, c’è stato l’intervento da parte delle associazioni di categoria. Nel primo periodo tutti hanno cercato di comunicare la propria esperienza. I due gruppi maggiori del settore, nel primo periodo quindi intorno a settembre 2005, hanno cercato di rispondere e informare sulla situazione. Nel secondo periodo, si è demandata la comunicazione a persone autorevoli, scegliendo quindi una comunicazione di tipo scientifica. È stata una battaglia difficilissima perché quando sembrava che l’emergenza fosse finalmente rientrata, in Italia, c’è stata una calata in elicottero dell’allora ministro per incontrare il contadino che aveva trovato un cigno morto. A gennaio 2006 sembrava che le cose stessero migliorando, invece abbiamo dovuto subire questa durissima prova fino ad aprile.
Quali sono le sue acquisizioni da questa esperienza?
Che comunque ogni azienda è sola. Eventi di questo tipo non riescono a creare sinergie nel settore né lobby in grado di competere con le notizie e soprattutto con i casi mediatici. Allora si trattava solo di questo; non c’era niente di sostanziale. Dominava la paura.
Ho sempre cercato di tenere staccata la parte di gestione dell’azienda, dalla parte più operativa, ma è stato difficile dover mandare a distruzione tutto il prodotto che non andava via… Per mio papà e lo zio, che sono meno giovani, è stato ancor più difficile; ho notato in loro una debolezza, una insicurezza che ancora oggi fanno fatica a togliersi. Di punto in bianco si sono trovati con un mercato che li ha resi insicuri. Mentre i più giovani, quindi noi, abbiamo superato meglio, loro l’hanno subito ed è rimasta questa paura per gli avvenimenti esterni e del tutto imprevedibili.
Per tornare al tema della sicurezza, ritengo che la differenza fondamentale tra Italia e Cina, oggi, sia l’aspetto culturale. Loro oggi devono fare in pochi anni quei passi che noi abbiamo compiuto in 40 anni e questo certamente vale anche per le procedure e i sistemi di sicurezza alimentare. Certo il mercato gli chiede quello che noi sappiamo fare oggi
Intorno al libro “La sicurezza alimentare in Cina”
Posted on 27 November 2008 | No responses
di Roberta Coletti
“Mangereste della soia trattata da operatori costretti ad usare la maschera?”
Questa e molte altre, le inquietanti domande che costellano il viaggio di Zhou Quing nell’inferno della sicurezza alimentare. In Cina non c’è sicurezza alimentare, la ricerca del profitto economico a tutti i costi, trova terreno fertile sia nell’importanza fondamentale del cibo, sia nella necessità di produrre in grandi quantità. Mangiare è anche uno status symbol a dimostrazione del valore dell’esistenza, le città cinesi pullulano di ristoranti e le strade di venditori ambulanti di ogni specialità alimentare.
I trucchi per i guadagni illeciti sono di vario tipo e la frode alimentare va dall’uso di sostanze tossiche, alla totale mancanza di igiene, alla rielaborazione dei materiali scaduti, ad un uso della chimica e dei farmaci che fa rabbrividire. Produrre di più per vendere di più, per consumare sempre di più. Il tutto è reso possibile da un potere politico che non ha mezzi per controllare e contrastare questo fenomeno.
Zhou Qing, nato in Cina nel 1965, nella regione dello Shanxi, vive e lavora a Pechino. E’ giornalista, redattore esperto di usi e costumi e della tradizione orale cinese, attento osservatore e studioso delle attuali condizioni di vita. Dal 2002 si dedica attivamente alle questioni di sicurezza alimentare in Cina. Direttore dell’Istituto culturale di ricerca Xi’An Cang Xie, membro dell’Indipendent Chinese Pen Center e della Società cinese per gli studi della letteratura e dell’arte popolare. Nel 1989 fu arrestato e condannato a due anni di carcere per essere stato uno dei leader di Piazza Tienanmen. In seguito al suo rifiuto di sottoporsi al piani di “rieducazione” e dopo un tentativo di fuga, la condanna fu prorogata di altri otto mesi. Lo incontriamo nell’occasione della presentazione del suo libro La sicurezza alimentare in Cina edizioni Spirali.
Zhou Qing è un eroe moderno che a prezzo della propria vita denuncia un sistema che nasconde, occulta o finge di non vedere i danni procurati da ciò che la gente mangia. Le intossicazioni alimentari sono all’ordine del giorno, ma anche malattie croniche sono in grave aumento.
Molti gli scandali oltre a quelli già noti anche nei paesi importatori, come il latte in polvere alla melamina (un additivo usato dall’industria della plastica e della carta), il sudan red (colorante chimico) nel peperoncino, i capelli acquistati dai parrucchieri per produrre amminoacidi da usare come ingrediente nella salsa di soia. “Notizia del 18 maggio 2004 dal Giornale della sera di Nonchang: i negozi di torte cambiano con disinvoltura la data di produzione del pane, trasformando in biscotti il pane che fa la muffa, tolgono la crosta delle torte della luna invendute, trasformando il ripieno in pane alla frutta di basso costo”. Ecc.
La Cina si sta giocando il mercato dell’esportazione e non investe nelle future generazioni: “un popolo che non si cura delle generazioni future è un popolo che non ha più alcuna speranza!”.
Questo libro è un reportage minuzioso, supportato da dati e testimonianze, ma è anche un modo per svegliare le coscienze. Se non si rimane inermi le cose possono cambiare, ciascuno per la sua vita può iniziare non solo con la denuncia, ma cambiando le proprie abitudini alimentari. Nessuna delega, poiché anche chi è preposto ai controlli è come gli alimenti: contraffatto, dannoso, pericoloso.
L’esperienza e la continua ricerca vengono messe a disposizione del lettore, Zhou Qing destina una parte del libro ad indicazioni sul cibo, come imparare a difendersi scegliendo i prodotti, a distinguere il cibo sano da quello malato, conoscere le associazioni migliori tra alimenti e come questi possono giovare contro le malattie.
La salute è un percorso culturale, non è già data, ecco il messaggio che ci trasmette questo giornalista che non si arrende e che ha una missione da portare avanti: la sicurezza alimentare per la Cina e per il pianeta intero.
La sicurezza alimentare in Cina e in Italia
Posted on 13 November 2008 | No responses
Mercoledì 26 novembre 2008, ore 18
Sala conferenze Biblioteca Civica
Via Miranese 56
Mestre
Incontro con Zhou Qing, giornalista e scrittore
Introduce
Arianna Silvestrini
Interviene
Daniela Boresi, giornalista del “Gazzettino”, docente al Master Post Laurea in Comunicazione delle Scienze all’Università di Padova
In occasione della pubblicazione del libro La sicurezza alimentare in Cina (Spirali, 2008).
Questo libro racconta “uno scandalo annunciato” (Rita Fatiguso nel “Sole 24 Ore”). Appena uscito in Cina, nel 2006, è stato immediatamente messo all’indice dal governo cinese. Nello stesso anno, è stato premiato a Berlino al Lettre Ulysses Award for the Art of Reportage (premio che nel 2003 venne conferito ad Anna Politkovskaja).
Zhou Qing vive e lavora a Pechino. Giornalista, redattore e esperto di storia antica cinese, studia le attuali condizioni di vita del suo paese. Dopo avere lavorato come primo redattore al “Folk Magazine” e all’“Economy & Trade”, oggi dirige lo Xi’an Cang Xie Cultural Research Institute ed è redattore della rivista “Oral Museum”. Arrestato nel 1989 per la partecipazione alle contestazioni in piazza Tian’anmen, ha rifiutato la rieducazione e tentato la fuga: per questo è stato sottoposto al rigoroso piano di “riabilitazione”. Membro dell’Independent Chinese Pen Association, dal 2002 s’interessa di questioni di sicurezza alimentare.
La Cina e la sua controversa situazione alimentare vengono messe a nudo in questo libro: l’autore compie un’approfondita indagine intorno ai molteplici abusi alimentari in Cina oggi in cui si imbatte il cosumatore locale ma che si ripercuotono sulle esportazioni in tutto il mondo. Zhou Qing racconta in modo brillante e dettagliato le violazioni alle norme sull’alimentazione, l’utilizzo di additivi vietati, il debole sviluppo ambientale; materie prime, prodotti finiti e derivati destinati al consumo animale e umano sono esposti a manipolazioni producendo un effetto dannoso sulla salute delle persone. Le produzioni d’esportazione cinesi si basano in larga misura sulla mano d’opera di prigionieri, pratica di cui Qing dà testimonianza in prima persona.
L’avvenimento è organizzato dall’Associazione Cifrematica di Venezia in collaborazione con Biblioteca Civica di Mestre e con il Comune di Venezia.
Partecipano all’avvenimento Banca del Veneziano e Hotel Al Codega di Venezia.
La depressione non esiste
Posted on 15 September 2008 | No responses
corso di psicanalisi e cifrematica
tenuto da Arianna Silvestrini
giovedì 25 settembre 2008, ore 20,45
Il disagio e lo stress
giovedì 2 ottobre 2008, ore 20,45
La questione di vita o di morte.
La questione intellettuale
giovedì 9 ottobre 2008, ore 20,45
Anoressia e bulimia
giovedì 16 ottobre 2008, ore 20,45
La paura e l’allegria
Sala comunale di Via Sernaglia
Via Sernaglia 43
Mestre
Necessità dell’anatomia
Posted on 10 May 2008 | No responses
Giovedì 22 maggio 2008
ore 18,15
Spazio Eventi della Libreria Mondadori
San Marco 1345
Venezia
Incontro con Viviana Nicodemo
Intervengono
Milo De Angelis, poeta
Marco Marangoni, critico, poeta
Andrea Molesini, poeta, scrittore
Introduce
Arianna Silvestrini
ll dibattito è organizzato in occasione della pubblicazione del libro Necessità dell’anatomia (Spirali 2007), in collaborazione con la Direzione Beni, Attività e Produzioni Culturali del Comune di Venezia. Partecipa all’avvenimento la Banca di Veneziano.
Dopo gli studi classici Viviana Nicodemo si diploma attrice presso la Civica Scuola d’Arte Drammatica Piccolo Teatro di Milano. L’esordio nel teatro di prosa è con M. Navone, M. Mezzadri, N. Garella, G. Sepe, S. Sequi, A. Zucchi, N. Mangano, W. Pagliaro. Dal 1995 si occupa di Arti visive partecipando a mostre fotografiche e d’arte contemporanea, tra cui Hic et Nunc a cura di A. Bertani con l’installazione Asclepiei. Appassionata di poesia, ha fatto letture di numerosi poeti, tra cui Dante, Rilke, Bachmann, De Angelis.
La mia ira
Posted on 2 April 2008 | No responses
Martedì 15 aprile 2008
ore 18,30
Spazio Culturale dell’Istituto Svizzero di Venezia
Campo S. Agnese, Dorsoduro 810
Venezia
Incontro con Marek Halter
Interviene
Riccardo Calimani
Introduce
Arianna Silvestrini
Il dibattito è organizzato in occasione della pubblicazione del libro La mia ira (Spirali 2008), in collaborazione con l’Istituto Svizzero, il Comune di Venezia, con la collaborazione e il patrocinio della Délégation culturelle de l’Ambassade de France a Venezia.
Partecipa all’avvenimento la Banca di Veneziano.
“Dicono che noi ebrei ci svegliamo sempre arrabbiati. Io ho usato questo spunto per affrontare i problemi del mondo contemporaneo con una dose di suspance letteraria”. Marek Halter
Marek Halter, nato nel 1936 in Polonia, discendente da una famiglia di stampatori ebrei, ha sperimentato personalmente le persecuzioni razziali naziste e il regime totalitario sovietico. Trasferitosi in Francia nel 1950, nel 1984 è stato co-fondatore con Bernard-Henri Lévy del movimento SOS razzismo; da anni porta avanti una battaglia per la pace negoziata nel Medio Oriente e per i diritti dell’uomo contro il razzismo, senza mai abbandonare la portata culturale della questione ebraica. Intellettuale apolide ha scelto la Francia come patria intellettuale e la lingua francese come strumento della sua battaglia culturale.
In Italia di recente è intervenuto con decisione sulla stampa nazionale contro la proposta di boicottaggio del Salone del libro di Torino e del Salon du livre di Parigi.
Intervista a Ramin Bahrami
Posted on 2 March 2008 | No responses
Intervista al pianista Ramin Bahrami per la rivista “Venezia Musica e dintorni” in occasione del concerto del 31 marzo 2008 al Teatro La Fenice di Venezia
di Arianna Silvestrini
Come è cominciata la sua vicenda?
Ho avuto la fortuna di nascere 31 anni fa a Teheran in una casa cosmopolita, da un padre per metà tedesco e per metà iraniano e da una mamma iraniana di origini russo-turche; la musica classica occidentale era la prima lingua. Da ragazzino ascoltavo le sinfonie di Beethoven dirette da von Karajan, andavo sul tavolo di casa e facevo finta di essere un direttore d’orchestra, credendoci fermamente. Quando avevo due anni ci fu il cambio di regime che rovinò il paese dello Scià di Persia e vennero al potere delle persone estremamente poco tolleranti; la guerra devastante contro l’Iraq durò otto anni. Quella guerra me la ricordo vivamente. Non erano pomeriggi belli perché ogni tanto la mia armonia – ascoltare Bach, Brahms, Beethoven e anche Frank Sinatra, Elvis Presley, Charles Aznavour – veniva bruscamente interrotta dall’allarme dei missili di Saddam Hussein che avrebbero colpito una casa vicina o lontana. Io avevo la musica a cui aggrapparmi, anche se ricordo che non vivevo male il doversi rifugiare per via di questi attacchi, lo vivevo nel modo misterioso dei bambini. Questo mi ha avvicinato ancora di più alla musica. A sei anni ho avuto la grande fortuna di venire a contatto con la musica di Bach grazie a un’incisione di Glenn Gould, la VI Partita, la cosa più bella che mi era mai capitata, così mi decisi a intraprendere assolutamente questa vita, la missione di suonare Bach.
Questo divenne una necessità sempre più importante. Grazie a una videocassetta, venni ammesso come lo studente più giovane alla Hochschule für Musik di Francoforte, ma dati i problemi economici che dopo la rivoluzione erano subentrati nella nostra famiglia, non ho potuto accettare. In seguito ci fu il generoso sostegno dell’Ambasciata italiana e dell’Italimpianti di Genova che mi permisero di venire a fare i miei studi al Conservatorio Giuseppe Verdi a Milano; fu la mia salvezza, in un certo senso, perché potei dare voce alla mia musica, studiando con uno dei massimi didatti europei, Piero Rattalino del Conservatorio di Milano, e poi all’Accademia di Imola dove ho avuto la fortuna di avvicinare i massimi interpreti bachiani come András Schiff e Rosalyn Tureck; lì ho incontrato anche Alexis Weissenberg che mi ha dato consigli estremamente importanti. Ho studiato anche alla Hochschule für Musik di Stoccarda dove ho approfondito i temi della filologia bachiana con Robert Levin, con il quale ho una grande amicizia.
La sua musica è contraddistinta da grande tensione, precisione, rigore e libertà.
Credo fermamente che la ragione non parli una lingua diversa dall’emozione; se queste due sono combinate abbiamo Bach. All’epoca di Bach l’ars musicae non era considerata semplicemente un’arte, bensì un’arte scientifica.
Il 31 marzo a Venezia al Teatro La Fenice Lei suonerà l’Arte della fuga. Quali sono, per il pianista, le differenze con le Variazioni Goldberg?
E’ una grande gioia suonare in questo meraviglioso Teatro a Venezia e trovo eccezionale che un teatro d’opera così importante accolga sempre di più la musica cameristica.
Le Goldberg sono pezzi più vicini alla terra, più mondani, per quelli che stanno sulla terra. Mentre l’Arte della fuga è un viaggio nell’al di là, ma per quelli che sono al di qua, l’Arte della fuga è una summa di tutte le emozioni e di tutta la musica, non solo di Johann Sebastian Bach. In Bach c’è tutta la musica, come in Platone c’è già tutta la filosofia.
Lei ha espresso il desiderio di suonare Bach in Iran.
Il mio desiderio è che il mio paese ritorni a essere consapevole dei suoi 7000 anni di storia, di quello che noi persiani abbiamo rappresentato per la civiltà internazionale, e che sopra tutto riscopra i valori di tolleranza e di libertà che sono assolutamente andati persi. Mi vergogno da persiano se il presidente apre bocca, perché non parla la mia lingua come non parla la lingua di moltissimi cittadini iraniani sparsi per il mondo che credono fermamente nella tolleranza e nella libertà. Ho il desiderio di ritornare in un Iran democratico e quando questo sarà possibile ci ritornerò.
Quali sono i suoi progetti futuri?
A marzo uscirà un omaggio al vostro meraviglioso paese che mi ha sempre accolto: un mio nuovo disco per la Decca intitolato Concerto italiano, una raccolta di tutti i pezzi di Bach che hanno una matrice italiana. Nel 2009, uscirà l’integrale delle Sonate di Beethoven e sopra tutto ci sarà la collaborazione artistica molto importante con il grandissimo Riccardo Chailly con cui eseguirò due concerti bachiani con l’orchestra della Gewandhaus di Lipsia. Nel 2010 spero di realizzare un disco dedicato a Frescobaldi. Le confesso un mio segreto, ma può anche scriverlo, spero di fare il Clavicembalo ben temperato prima dei quarant’anni. È un sogno.
Come riuscire vivendo
Posted on 2 March 2008 | No responses
Corso di psicanalisi e cifrematica
tenuto da Arianna Silvestrini
mercoledì 19 marzo 2008, ore 18,30
Il disagio, la città, la salute
mercoledì 26 marzo 2008, ore 18,30
Il cammino artistico della guarigione
mercoledì 2 aprile 2008, ore 18,30
La battaglia, l’impresa, la riuscita
Dorsoduro 3687
vicino al ponte di San Pantalon
Venezia
Nell’occasione verranno presentati i primi tre numeri della rivista “La cifrematica”.
Contro ogni speranza
Posted on 1 March 2008 | No responses
Armando Valladares, Contro ogni speranza. 22 anni nel gulag delle Americhe, dal fondo delle carceri di Fidel Castro (Spirali 2007)
di Roberta Coletti
“Finché un uomo pensa alla sua libertà e lotta per guadagnarla, non si sente uno schiavo neppure se ha le catene ai piedi e alle braccia”.
Armando Valladares in nessun istante della sua terribile prigionia nelle carceri politiche di Cuba, durata ben 22 anni, ha ceduto alla tentazione di rappresentarsi la fine. C’è nel suo racconto una parola libera che non può sottomettersi alla barbarie criminale del carcere politico. Il sadismo dei carcerieri, tanto spietato e inumano, altro non fa che rendere più ferrea la resistenza, e impossibile rinnegare i principi di cui Armando Valladares e i suoi compagni sono orgogliosi, poiché fanno parte di loro. Ciò che interroga lungo la lettura di questo libro straordinario, è che cosa abbia partecipato a sostenere questo viaggio durissimo, non di sopravvivenza, come potrebbe sembrare data la crudeltà subita, ma di vita degna.
“Dentro di noi c’erano soli e stelle, la luce e i colori e la vitalità a spirituale che i nostri carcerieri non erano riusciti a strapparci”.
La fede e la forza spirituale per sopportare senza ammalarsi d’odio, nessun paganesimo, nessuna richiesta fatta a dio di uscire di lì, questa la determinazione interiore che restituisce la tranquillità, questo ciò che opera al pragma, al fare. Ciascun giorno l’invenzione, l’arte. Dal linguaggio dei segni, alle parole inventate per aggirare la censura, ai cannocchiali di cartone costruiti con la colla della pasta, un tappino, una fiala vuota, un laccio emostatico, un frammento di materia da trasformare in uno strumento indispensabile, che solo nella prigionia acquista un valore assoluto. Sempre nuovi dispositivi da avviare, una rete continua e nessuna alternativa alla lucidità, all’attenzione costante e partecipe di questi uomini catapultati in una scena che li vorrebbe impotenti e rassegnati.
“Era come se avessimo radici, sotto quei pavimenti, radici che si congiungevano sottoterra in un abbraccio di solidarietà”.
Comunicare, interpretare tra le righe, tra i gesti per non perdere il contatto con la realtà esterna, ma anche studiare e insegnare per giungere ad una tenuta intellettuale.
“Nei momenti di pericolo l’uomo sa fare cose straordinarie come superare il dolore e le limitazioni fisiche: come se la mente, concentrata su un unico obiettivo, inibisse ogni altra sensazione”.
Così da dare le ali della libertà a quella parola che non sfumerà nel tempo, che scavalcando le mura del carcere trova il suo viaggio narrativo, senza soggetto vittima o eroe, senza fermarsi alla liberazione avvenuta, poiché la dissidenza, alla quale Armando Valladares invita ciascuno di noi, è una forza incontrastabile.




