Intervista al pianista Ramin Bahrami in occasione del concerto del 31 marzo 2008 al Teatro La Fenice di Venezia
di Arianna Silvestrini
Come è cominciata la sua vicenda?
Ho avuto la fortuna di nascere 31 anni fa a Teheran in una casa cosmopolita, da un padre per metà tedesco e per metà iraniano e da una mamma iraniana di origini russo-turche; la musica classica occidentale era la prima lingua. Da ragazzino ascoltavo le sinfonie di Beethoven dirette da von Karajan, andavo sul tavolo di casa e facevo finta di essere un direttore d’orchestra, credendoci fermamente. Quando avevo due anni ci fu il cambio di regime che rovinò il paese dello Scià di Persia e vennero al potere delle persone estremamente poco tolleranti; la guerra devastante contro l’Iraq durò otto anni. Quella guerra me la ricordo vivamente. Non erano pomeriggi belli perché ogni tanto la mia armonia – ascoltare Bach, Brahms, Beethoven e anche Frank Sinatra, Elvis Presley, Charles Aznavour – veniva bruscamente interrotta dall’allarme dei missili di Saddam Hussein che avrebbero colpito una casa vicina o lontana. Io avevo la musica a cui aggrapparmi, anche se ricordo che non vivevo male il doversi rifugiare per via di questi attacchi, lo vivevo nel modo misterioso dei bambini. Questo mi ha avvicinato ancora di più alla musica. A sei anni ho avuto la grande fortuna di venire a contatto con la musica di Bach grazie a un’incisione di Glenn Gould, la VI Partita, la cosa più bella che mi era mai capitata, così mi decisi a intraprendere assolutamente questa vita, la missione di suonare Bach.
Questo divenne una necessità sempre più importante. Grazie a una videocassetta, venni ammesso come lo studente più giovane alla Hochschule für Musik di Francoforte, ma dati i problemi economici che dopo la rivoluzione erano subentrati nella nostra famiglia, non ho potuto accettare. In seguito ci fu il generoso sostegno dell’Ambasciata italiana e dell’Italimpianti di Genova che mi permisero di venire a fare i miei studi al Conservatorio Giuseppe Verdi a Milano; fu la mia salvezza, in un certo senso, perché potei dare voce alla mia musica, studiando con uno dei massimi didatti europei, Piero Rattalino del Conservatorio di Milano, e poi all’Accademia di Imola dove ho avuto la fortuna di avvicinare i massimi interpreti bachiani come András Schiff e Rosalyn Tureck; lì ho incontrato anche Alexis Weissenberg che mi ha dato consigli estremamente importanti. Ho studiato anche alla Hochschule für Musik di Stoccarda dove ho approfondito i temi della filologia bachiana con Robert Levin, con il quale ho una grande amicizia.
La sua musica è contraddistinta da grande tensione, precisione, rigore e libertà.
Credo fermamente che la ragione non parli una lingua diversa dall’emozione; se queste due sono combinate abbiamo Bach. All’epoca di Bach l’ars musicae non era considerata semplicemente un’arte, bensì un’arte scientifica.
Il 31 marzo a Venezia al Teatro La Fenice Lei suonerà l’Arte della fuga. Quali sono, per il pianista, le differenze con le Variazioni Goldberg?
E’ una grande gioia suonare in questo meraviglioso Teatro a Venezia e trovo eccezionale che un teatro d’opera così importante accolga sempre di più la musica cameristica.
Le Goldberg sono pezzi più vicini alla terra, più mondani, per quelli che stanno sulla terra. Mentre l’Arte della fuga è un viaggio nell’al di là, ma per quelli che sono al di qua, l’Arte della fuga è una summa di tutte le emozioni e di tutta la musica, non solo di Johann Sebastian Bach. In Bach c’è tutta la musica, come in Platone c’è già tutta la filosofia.
Lei ha espresso il desiderio di suonare Bach in Iran.
Il mio desiderio è che il mio paese ritorni a essere consapevole dei suoi 7000 anni di storia, di quello che noi persiani abbiamo rappresentato per la civiltà internazionale, e che sopra tutto riscopra i valori di tolleranza e di libertà che sono assolutamente andati persi. Mi vergogno da persiano se il presidente apre bocca, perché non parla la mia lingua come non parla la lingua di moltissimi cittadini iraniani sparsi per il mondo che credono fermamente nella tolleranza e nella libertà. Ho il desiderio di ritornare in un Iran democratico e quando questo sarà possibile ci ritornerò.
Quali sono i suoi progetti futuri?
A marzo uscirà un omaggio al vostro meraviglioso paese che mi ha sempre accolto: un mio nuovo disco per la Decca intitolato Concerto italiano, una raccolta di tutti i pezzi di Bach che hanno una matrice italiana. Nel 2009, uscirà l’integrale delle Sonate di Beethoven e sopra tutto ci sarà la collaborazione artistica molto importante con il grandissimo Riccardo Chailly con cui eseguirò due concerti bachiani con l’orchestra della Gewandhaus di Lipsia. Nel 2010 spero di realizzare un disco dedicato a Frescobaldi. Le confesso un mio segreto, ma può anche scriverlo, spero di fare il Clavicembalo ben temperato prima dei quarant’anni. È un sogno.